Codice Nero - Oltre il fuoco

scritto da Phantom MG
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Godete e assaporate la guerra e il cameratismo come mai prima.
- Nota dell'autore Phantom MG

Testo: Codice Nero - Oltre il fuoco
di Phantom MG


Libro I – Oltre il Fuoco
Prologo
A trentamila piedi sopra il Golfo Persico il mondo sembrava più un’idea che un luogo reale, qualcosa di distante e quasi astratto, come se la terra sotto di loro appartenesse a un’altra dimensione.
La rampa del C-130 si abbassò lentamente e l’aria gelida entrò nella stiva con la violenza di un colpo improvviso, investendo i quattro uomini che erano allineati pronti al lancio. Nessuno parlò perché non ce n’era bisogno: tra loro le parole inutili erano state eliminate da tempo, sostituite da sguardi, gesti e automatismi costruiti negli anni.
Mike era il primo della fila. L’altimetro digitale fissato al polso sinistro rifletteva una luce verde intermittente mentre, dietro la maschera d’ossigeno, il suo respiro restava lento e controllato. Nei suoi movimenti non c’era traccia di tensione, non perché non percepisse il rischio ma perché aveva imparato molto tempo prima a convivere con esso come con una presenza costante.
Alle sue spalle Irvine ricontrollava la deriva del vento sull’hud del casco con la precisione quasi maniacale di chi sapeva che anche pochi metri potevano fare la differenza tra un ingresso perfetto e una morte stupida. Maddox occupava spazio anche nella stretta cabina del velivolo: due metri e dieci di massa compressa in un equilibrio sorprendente per un uomo della sua stazza. Edwin chiudeva la fila con una mano sulla cinghia e l’altra sotto il plate carrier, come se stesse proteggendo qualcosa di invisibile che soltanto lui conosceva.
Quando la luce diventò verde Mike si lanciò senza esitazione.
Il freddo lo colpì come una lama mentre il corpo trovava immediatamente l’assetto corretto e la caduta si stabilizzava oltre i duecento chilometri orari; attorno a lui le altre tre sagome si disponevano automaticamente in formazione mentre sotto di loro il complesso industriale emergeva dal buio come una massa scura contro il mare.
Venti piani di cemento armato, due marines prigionieri e quaranta minuti di finestra operativa.
A ottocento piedi Mike aprì il paracadute e l’atterraggio fu pulito e preciso; recuperò la vela con movimenti rapidi e immediatamente si mosse verso l’ingresso secondario dell’edificio seguito dal resto del team.
Edwin preparò la carica modellata sulle cerniere con la calma di chi stava semplicemente svolgendo un lavoro già ripetuto centinaia di volte; Mike contò con le dita e quando l’esplosione arrivò fu breve e controllata, sufficiente ad aprire l’accesso senza compromettere la struttura. Entrarono in stack senza bisogno di parole.
La discesa dei primi piani fu quasi troppo semplice e proprio per questo nessuno di loro si illuse che sarebbe continuato così.
Il tredicesimo piano fu il punto in cui tutto cambiò.
Dall’alto arrivarono raffiche improvvise accompagnate da grida in una lingua incomprensibile mentre frammenti di granate rimbalzavano tra i corridoi stretti e polverosi. Una granata colpì il muro accanto a loro e rimbalzò sul pavimento: quella merda progettata per tagliare le gambe e aprirti a metà esplose troppo vicino. L’aria, quando viene compressa e caricata di frammenti metallici, non è più aria ma un pugno che ti entra dentro e ti spappola.
Mike si rialzò quasi automaticamente come se il suo corpo fosse programmato per farlo anche quando non avrebbe dovuto, ma il sangue che gli scendeva dalle labbra era il segno evidente che qualcosa dentro di lui aveva preso un colpo serio.
«Cazzo, Edwin… questa mi ha fatto il culo, quasi come piace a quel cazzo di frocio di Irvine.»
Edwin era ancora in piedi, completamente coperto di polvere e praticamente sordo dopo il botto, ma stava sanguinando anche lui e in maniera decisamente più copiosa.
Mike lo fissò attraverso il fumo.
«Ehi, pezzo di cazzo… non pensare adesso di iniziare con quelle stronzate da predicatore e raccontare che presto incontrerai l’onnipotente.»
Edwin sputò sangue e qualcosa di più denso e poi accennò un sorriso storto, quasi ironico.
Erano macchine addestrate e allevate per fare quello e fermarsi non era contemplato, anche se non ci fosse stato più sangue da pompare nelle loro vene.
Al tredicesimo piano trovarono finalmente i due marines, vivi ma gravemente feriti, e diventò subito evidente che trasportarli non coincideva con estrazione rapida.
Nel frattempo i mortai del nemico iniziarono a colpire la struttura con ritmo sempre più serrato.
«Non possiamo estrarre tutti» disse Irvine via radio mentre cercava di orientarsi tra le macerie. «Volete accomodarvi ancora tanto ai piani alti o ce ne andiamo da questo cazzo di posto?»

Mike guardò Edwin e Edwin annuì.
«Bravo mother, estrazione urgente richiesta. Due feriti gravi da prelevare sul tetto.»
Il team si riunì rapidamente per organizzare il trasporto fino al tetto ma non ci fu il tempo necessario per definire davvero una strategia perché un colpo di mortaio centrò la parete vicina facendo esplodere cemento e ferri d’armatura ovunque.
Il fischio inconfondibile di qualcosa di esplosivo che ti ha appena fatto il culo rimbombò nelle orecchie di tutti.
Tra il fumo e la polvere gli occhi di ciascuno di loro cercavano di capire se stavolta fosse toccato a loro o a uno dei compagni.
«Aaah fuck!» urlò Irvine accasciandosi su un fianco coperto di schegge e cemento.
«Bravo mother un mega cazzo… e chi ci arriva al tetto?» sbottò Maddox mentre un ferro d’armatura gli attraversava la coscia.
Mike stava coprendo i due marines feriti ed impiastricciati tra sangue e polvere bianca.
«Edwin… Edwin rispondi.»
Ci fu un lungo silenzio nella radio e poi un rumore sporco.
«Portali a casa.»
Mike, Maddox ed Irvine trattennero lo sguardo per mezzo secondo perché il pavimento era crollato e Edwin era finito un piano più in basso con le gambe incastrate sotto la soletta di cemento crollata.
«No, fottuto prete maledetto!» urlò Maddox. «Vengo a prenderti!»
«Portali a casa, come eravamo d’accordo.»
Irvine e Maddox rimasero paralizzati per un istante tra l’istinto e l’obbedienza, non capendo a cosa il loro compagno si stesse riferendo.
Poi Edwin tirò fuori un detonatore a pressione e li guardò.
«Avete centoventi secondi per raggiungere il tetto… poi tirerò giù questo maledetto posto.»
Si sentivano quei facinorosi bastardi dei nemici salire rapidamente i piani ad armi spianate; era evidente che la situazione si era trasformata in una tragedia di merda.
Mike diede l’ordine senza esitazione.
«Mother team, punto d’esfiltrazione. Ora.»
Maddox lo blocca prendendolo per una spalla.
«Comandante, non lo lasceremo qui» disse Maddox.
«Signore… Mike… è nostro fratello» aggiunse Irvine.
«Ho dato un ordine chiaro. Muovetevi.»
«Ho detto andate viaaaaaaaaaaaa» gridò Edwin in preda al dolore e alla rabbia.
Mike ripetè di nuovo l'ordine «Al punto di esfiltrazione. Ora.»
Maddox scagliò un pugno violentissimo contro il plate carrier di Mike come un pugile professionista che colpisce il sacco per allenare la potenza; Irivine cercò di mettersi in mezzo a quella situazione del cazzo che si stava andando a creare.
Mike indietreggiò, estrasse la sua Sig dal tascone frontale del plate e li fissò con uno sguardo che non lasciava alternative.
«Prendete quei cazzo di feriti e andate sul tetto prima che vi spari in faccia.»
Maddox e Irvine presero i marines e salirono.
Edwin restò indietro ad attivare le cariche sulle colonne portanti, armando la sua definitiva dipartita...
Duecento secondi dopo che il Black Hawk lasciò il tetto il palazzo collassò su sé stesso in una nube di polvere e fuoco.
Durante l’estrazione nessuno disse una parola.

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